|
|
||
|
COMUNE DI FUMONE |
||
|
|
||
|
La città
|
||
|
TURISMO NELLA CITTA'
|
|
Le origini storiche di
questo ameno paesello, situato sulla cima di un monte isolato, avente forma di
cono, fra la catena dell’Appennino centrale e quella dei monti Lepini, si
perdono, come suol dirsi, nella notte dei tempi.
Le
opinioni degli storici sulla sua fondazione sono varie e contraddittorie. Alcuni
vogliono che sia stato edificato nell’anno 244 della fondazione di Roma ( 510
A.C. ), al tempo, cioè, in cui l’ultimo Re di Roma, Tarquinio il Superbo, fu
detronizzato e costretto a lasciare la Città imperiale. Vuolsi che Tarquinio,
scacciato dall’Impero e circondato da alcuni sgherri, si facesse costruire la
Rocca di Fumone, fortificata da 14 torri e da bastioni, dei quali ancora si
conservano gli avanzi vetusti.
Altri affermano
l’edificazione del Castello al tempo dei Goti comandati da Alarico ( anno 410
A.C. ) dei quali sono noti i saccheggi e le invasioni tanto in Roma quanto nelle
sue circostanti campagne.
Alcuni
ne attribuiscono l’origine ai Vandali ( anno 455 A.C. ), durante l’invasione
degli eserciti di Genserico. In quel tempo difatti il Lazio fu invaso dai
Vandali e quindi dai saraceni ( anno 846 A.C. ), questi ultimi provenienti
specialmente dalla Sicilia e dalla Calabria,
usurpatori e invasori di importanti ed estesi territori, specialmente
dell’Italia meridionale e centrale. Del loro passaggio per le nostre campagne
resta evidente la traccia negli abitanti di molte contrade, che conservano il
tipo bruno nel colore degli occhi e
della pelle e specialmente nelle donne, per le abbondanti chiome corvine.
Non
v’è dunque alcun dubbio che Fumone sia antichissima e che sia stata costruita
in tempi nei quali s’innalzavano rocche e castelli, non a solo scopo di
rifugio e di sicurezza, ma anche di strategia guerresca, poiché
l’eccezionale, elevata e isolata posizione della Rocca di Fumone era
eccellente vedetta e serviva per segnalazioni di pace e di guerra ai circostanti
monti e alle sottostanti vallate. Il suo nome è appunto in relazione alle
fumate che s’innalzavano al cielo tra una torre e l’altra : da Castro ad
Anagni, da Fumone a Torre Caietani e in tutta
la vallata proseguendo sino a Roma. Da qui l’antico detto :
Tota
Campania tremat
Sarebbe troppo lungo e
inopportuno enumerare qui tutte le Castellanie, Signorie e Custodie che
presidiarono la Rocca di Fumone sotto i vari pontificati : occorrerà invece
illustrare l’episodio più saliente che ne forma il ricordo storico più
importante , per il quale Fumone si è reso un luogo di fama storica imperitura.
Dopo
la morte di Nicolò IV, quando vieppiù infierivano le lotte interne e le
fazioni travagliavano l’Italia tutta ( 1292 ), un conclave di cinque Cardinali
adunatosi in Perugia, eleggeva Pontefice Massimo una modesta figura di Uomo,
ritenuto in concetto di Santo sin dal Pontificato di Urbano IV.Viveva costui in
solitario eremitaggio in una piccola grotta o cella situata a ridosso del
dirupato Monte Majella, presso Sulmona. Si chiamava Pietro da Morrone ed era
nato ad Isernia nel 1215. Cresciuto nella religione, fu Benedettino a 17 anni e
nel 1227 fondò l’ordine dei Celestini, che fu approvato dal
Pontefice Urbano IV.
Grande
fu la sorpresa dell’umile fraticello, quando la nobile ambasceria dei
Cardinali delegati, per eleggerlo Papa, si recò sullo scosceso eremitaggio e lo
trovò assorto in devota contemplazione.
All’avvicinarsi
del Cardinale Pietro Colonna e dell’Arcivescovo di Lione, Pietro pianse di
commozione e si persuase, dietro le esortazioni dei Cardinali, ad accettare il
Papato, assumendo il nome di Celestino V. La sua incoronazione avvenne in Aquila
il 29 agosto 1294, con grande giubilo ed accorrere di popolo plaudente da ogni
parte d’Italia.
Dopo
la sua consacrazione, il nuovo Papa diede la porpora a parecchi Cardinali, fra i
quali Guglielmo Longhi, di nobilissima famiglia di origine bergamasca ( 1295 ).
Uno
degli errori più importanti che si attribuirono al carattere ingenuo ed ignaro
di Celestino V nel suo breve pontificato, fu quello di stabilire la sede
pontificale in Napoli.Timido e irresoluto, Celestino si trovò parecchie volte
in momenti assai critici. Prese a riflettere, a ponderare su di una probabile
rinuncia, considerando la propria insufficienza a proseguire l’incarico, dati
i tempi facinorosi, per lui troppo grave. I Cardinali lo distoglievano da una
simile idea, il popolo lo voleva Papa, ma la storia di quei tempi afferma che un
frate suo amico, accorgendosi delle insidie e degli intrighi ai quali il buon
Pontefice era fatto segno, lo consigliava e lo decideva senz’altro a
rinunciare al papato. Chiamavasi questi Iacopone da Todi, era eminentissimo
giureconsulto, nonché insigne letterato. Celestino indisse un concistoro e
lesse l’atto di rinuncia il 13 dicembre 1295.
Ripreso
quindi il suo saio e il suo sacco da eremita, ritornò al suo eremo, assai lieto
di essere sfuggito alle gravi cure di quel Papato tanto ardue da sostenersi.
Il
giorno 24 dicembre 1295 veniva eletto Papa Benedetto Caietani, assumendo il nome
di Bonifacio VIII.
Nel
frattempo Pietro da Morrone, non più sicuro del suo impervio ritiro, se ne era
fuggito per boschi e per valli, ramingando in cerca di un più tranquillo e
sconosciuto rifugio.
Il
Papa Bonifacio VIII, fattosi amico in quel tempo di Carlo II d’Angiò,
temendo, a causa di Celestino, disordini e perturbamenti avversi alla Chiesa,
ordinò che si ricercasse l’eremita fuggiasco. Dopo molte peregrinazioni,
l’umile Monaco fu ritrovato mentre su di una fragile barca tentava
di trasferirsi in Grecia.
Condotto
ad Anagni alla presenza di Bonifacio VIII, questi molto urbanamente lo
persuadeva a restarsene nella Rocca
di Fumone, facendovelo tradurre accompagnato da cavalieri e sgherri. Si ha
ragione di credere che il soggiorno di Pietro da Morrone nella Rocca, che durò
meno di un anno, divenisse in seguito durissima prigionia. La strettissima cella
nella quale venne rinchiuso, e che si vede tuttora, è perfettamente conservata
ed è situata nella parte più interna di ciò che è attualmente il Castello e
molto prossima a un trabocchetto, che sino al secolo passato era pavimentato di
affilatissime lance con la punta rivolta in alto. Il Marchese Pietro Longhi le
tolse per cancellare il crudele ricordo.
Alcune
di tali lance vengono conservate ancora dagli attuali proprietari del Castello.
Di questo trabocchetto si scorge tuttora la botola situata in alto, ora murata
al di sopra, la quale costituiva allora l’insidia per coloro che, entrati nel
Castello, non dovevano più uscirne. La prigionia di Pietro durò 10 mesi e finì
con la sua morte, all’età di anni
81.
Vestito
del suo logoro saio, disteso su di una rozza tavola, assistito da un suo fedele
discepolo, Roberto de Salla, trapassò dolcemente il Pontefice Santo, sublime
nella sua modestia e nella sua umiltà, il 19 maggio 1296.
La
storia narra di una visione ch’egli ebbe sul punto di morire. Al finestrino
dell’angusto carcere, gli apparve, dicono, una luminosissima croce ed in
quella radiosa visione il morente passò altra vita. Il suo corpo riposa nella
Chiesa di Colle Maggio, presso Sulmona.
Nel
1313 Clemente V lo iscrisse nell’Albo dei Santi.
In
tutte le edizioni della Divina Commedia i commentatori del Canto III
dell’Inferno, ritengono che i versi :
Che
fece per viltade il gran rifiuto
Siano dedicati a
Celestino V, che Dante pone fra i peccatori d’ignavia, ma sembra impossibile
che il poeta voglia classificare tra quei peccatori un uomo, di si austere e
sante virtù, da essere innalzato dalla Chiesa
all’onore degli altari.
Bonifacio
VIII fu accusato dai suoi nemici di crudeltà e tirannia :
Ma i suoi difensori e
specialmente Pietro Caietani, il Biseth, Giorgio da Rimini e altri, lo
liberarono delle accuse dei seguaci di Re Filippo suoi avversari e dinanzi al
Papa Clemente V fecero rifulgere la sua figura di purezza e di gloria.
Nel
Castello di Fumone è stato sepolto l’antipapa Maurizio Burdino, ex
arcivescovo di Braga, il quale, succedendo a Gelasio II ( Caietani ), fu elevato
alla tiara da Enrico III, prendendo il nome di Gregorio VIII; si ritiene che il
corpo di costui riposi nello spessissimo muro di un intercapedine che divide il
castello dall’attuale Villa . Era Bordino un ribelle, un orgoglioso e un
persecutore dei deboli, ma il Papa Callisto II, successore di Gelasio II, ne
represse le audacie e le ribellioni, facendolo tradurre e imprigionare nella
Rocca di Fumone, ove morì il 28 aprile 1224. Una epigrafe latina ricorda
l’avvenimento ed è posta sul luogo che si crede la sua sepoltura.
Per
completare la parte più interessante di questi brevissimi cenni storici,
occorre parlare della famiglia dei Marchesi Longhi, che occuparono Fumone quali
Castellani e Signori del luogo :. E’ inopportuno, per brevità, menzionare le
origini antichissime di questa storica famiglia, che sono anteriori al secolo
XII . Il primo dei Longhi che dimorò in Fumone, fu il Cardinale Guglielmo de
Longis, elevato alla porpora da Clemente V dopo la canonizzazione di Celstino V,
precisamente nell’anno 1323. Il fratello di lui, Marco Tullio, già custode di
Celestino V durante la sua prigionià, fu eletto
Castellano perpetuo con regolare Bolla rogita ad Avignone dal notaio
della Santa Sede.
I
figli di Marco Tullio Longhi ne continuarono la prosapia e nel 1359 ritroviamo
Giovanni Longhi cavaliere dello Speron d’Oro.
Quantunque
un incendio del secolo passato distruggesse, o quasi, l’archivio dei Longhi,
si ha ragione di credere che gli ascendenti di quest’ultimi contraessero
unione con donne dai nomi storici ed illustri quali : Bellarmino, Malatesta,
Vitelleschi, Tebaldeschi, Forteguerra, Brancaccio ed altri.
Nel
1586 Giovanni Longhi fu ascritto alla nobiltà del patriziato romano. Più volte
lo stemma dei Longhi si inquartò con lo stemma dei Caetani, duchi di Sermoneta,
fino a D. Emilia Caetani Longhi, morta nel 1885.
Antecedentemente,
nel 1769, Longhi Pietro di Paolo s’impalmava con Donna Vincenza Caietani dei
Conti della Torre.
Nel
1772 nacque Guglielmo Longhi di
Pietro, che fu Patrizio romano, primo scudiero e gentiluomo alla Corte di
Savoia, nonché cameriere segreto di Pio V ( 1810 )
Il
marchese Gaetano Longhi di Guglielmo ( avo degli attuali proprietari Serventi
Longhi ) impalmò donna Emilia Caetani fu Enrico, duca di Caserta, sorella di
Don Michelangelo Caetani, duca di Sermoneta. Questi fu padre di Don Onorato ed
Avo dei rappresentanti la penultima generazione, cioè gli attuali Don Leone,
Don Loffredo, il defunto Don Livio, Don Gelasio, Don Michelangelo e Donna
Giovannella coniugata Baronessa Grenier. Il Duca di Sermoneta ebbe anche una
figlia, Donna Ersilia, coniugata contessa Lovatelli.
Il
Marchese Gaetano Longhi fu anch’egli scudiero alla Corte di Savoia
e una sua figlia, Teresa Longhi, morta suora nel convento del Bambino Gesù,
fu battezzata da Re Carlo Alberto. Vuolsi che il convento, a causa di questa
suora eccezionale, innalzasse la bandiera italiana il giorno della presa di Roma
nel 1870.
La
linea maschile primogenita si estinse con i due figli maschi di Gaetano, i quali
morirono in tenera età.
Gli
attuali proprietari di cinque lotti del Castello di Fumone e del Santuario in
cui morì Celestino V sono i suoi nipoti, i coniugi Tito ed Emilia Serventi,
rispettivamente figli di Elena e Beatrice Longhi ( di Gaetano ) . E’ in corso
un decreto reale che si spera concederà a questi ultimi il diritto di portare
il nome dei Longhi e di trasmetterlo ai loro minori Ugo ed Enrico.
Il
proprietario di un sesto lotto è l’avv. Giuseppe Marchetti, figlio di
Guglielmina Longhi.
La
famiglia Longhi ha avuto, attraverso i vari Pontificati, sei guardie nobili, cioè
marchese Guglielmo Longhi, marchese Carlo e Longhi marchese Francesco, ammessi
nel corpo delle guardie nobili nell’aprile
1804; Longhi marchese Alberto fu guardia nobile nel 1833 e Longhi
marchese Giovanni venne ammesso nell’aprile del 1836.
E’
sicuro che ve ne sia anche un altro, del quale mi sfugge il nome.
Il
Castello e La Villa sono ra tenuti con grande cura ed amore nella imperitura e
cara memoria di uomini e di cose.
Il
Santuario di Celestino V, cioè la prigione e la Cappella attigua, sono aperti
al pubblico una volta all’anno, la seconda domenica di agosto e il Clero vi si
reca con la Croce Capitolare e la reliquia del Santo, seguito in devota e
numerosa processione del buon popolo salmodiante.
La
villa ha conservato l’aspetto alquanto rustico e semplice delle ville patrizie
romane. Non è stata turbata quella sua linea di austera signorilità con
innovazioni moderne. Questo non desiderano gli attuali proprietari, decisamente
conservatori delle memorie della loro antica e nobile famiglia.
I
marmi rari, di pregevole e squisita fattura greca e romana, attestano, con le
loro patine brune, il volgere di parecchi secoli. Una Venere di scalpello greco,
appoggiata a un delfino, sovrasta una fontanina ornata in basso di terre cotte,
raffiguranti maschere, di alto e raro valore artistico. Due Erme di marmo pario,
dovute anch’esse a scalpello greco, raffiguranti la primavera e l’autunno,
vigilano il lato esterno dell’ingresso principale e fronteggiano il viale
centrale, in fondo al quale si erge una colonna in marmo istoriato, benissimo
conservata nella sua integrità e nella sua patina, che attesta la sua epoca,
certamente anteriore al XIII secolo. Figure mitologiche, imperatori romani,
putti e figure di donne, fanno capolino fra le vecchie mortelle e i vetusti
lauri. Sicuro da ogni tragedia venatoria pispiglia il variopinto cardellino tra
le folte chiome degli alti pini e fra i complicati rami dei secolari cipressi.
In un grigio sarcofago nidifica tranquilla, da anni, tutte le primavere, una
leggiadra capinera.
La
dolcezza e il silenzio del mistico ambiente ricordano i malinconici versi del
poeta infelice :
Creommi
nel pensier l’aspetto vostro
Il principe Don
Gelasio Caetani, a distanza di circa 700 anni dal suo omonimo antenato,
Pontefice Gelasio II, onorò di una sua visita Il Castello nell’agosto del
1927 ed ebbe a rallegrarsi con gli attuali proprietari che la Villa avesse
conservato il suo stato semplice e primitivo : L’illustre visitatore
rammentava come nel volger dei secoli per parecchie volte i Caetani avevano
avuto occasione di dominare e dimorare nella rocca di Fumone, sino ai tempi
della prozia, Emilia Caetani Longhi, morta nel 1885.
Il
turista, percorrendo i viali di cinta dell’ameno giardino pensile, resta
ammirato ed estatico dinanzi alla visione grandiosa dell’esteso panorama nel
vasto orizzonte.
A
ponente : la catena dei Lepini e la vallata del Sacco sino agli acquedotti della
campagna romana; a levante, da Frosinone fino al Vesuvio ( visibile specialmente
di notte, durante i periodi di eruzione ) lo sguardo
si perde nell’enumerare la moltitudine dei paesi sparsi nelle campagne
e a ridosso dei monti circostanti: a Nord la catena degli Ernici con le sue più
alte vette, sempre bianche di neve dal dicembre al maggio: la Monna, alta
m.1950, il retrostante Pizzo d’Eta, che misura 2027 metri, del quale si scorge
soltanto l’estrema vetta; a Nord-ovest la storica Torre Caietani
( assai danneggiata dal terremoto che contemporaneamente distrusse
Avezzano ) fronteggiante la pittoresca Trivigliano, che conserva anch’essa le
tracce di trecentesche gesta. Infine la poetica e moderna Fiuggi, fonte di
salute e di vita, per chi desidera la rinascita del proprio organismo .
Nell’ultimo lembo a Nord-ovest, che ricongiunge gli sguardi all’ampia
vallata del Sacco, è la Leonina città di Anagni, la cui fama storica
sopravvive anch’essa imperitura.
Ora
il Castello e la Villa di Fumone
costituiscono la dimora estiva degli attuali proprietari e dei loro figlioli; il
visitatore vi è accolto col massimo dei riguardi e l’ospite amico vi ritorna
con animo lieto
Lo stemma dei Longhi è sormontato dall’aquila di Polonia in campo rosso ed è formato, in basso nel primo e terzo quadro, dal leone bruno rampante coronato, sotto fascia verde e oro, in campo argento; nel secondo e nel quarto, la Rocca in campo azzurro, sormontata da una croce d’oro. E’ circondata dal motto : "Longa fides, Longus honor cum sanguine Longo", motto che ricorda le gesta onorifiche ed eroiche delle generazioni passate e ne fa la fede per le generazioni presenti e future..